Oltre il nome collettivo
Come nasce un mostro collettivo? E quanto tempo serve perché una storia criminale smetta di essere soltanto una storia di omicidi e diventi una leggenda?
Le Bestie di Satana sono entrate nell’immaginario italiano come la setta satanica per eccellenza: un gruppo di ragazzi della provincia di Varese associato a omicidi, droga, esoterismo e rituali. Nel corso degli anni, intorno al loro nome si è costruita una narrazione capace di trasformare una vicenda giudiziaria complessa in uno dei casi criminali più riconoscibili dell’immaginario italiano.
Dietro quell’etichetta, però, ci sono persone, vittime e responsabilità individuali diverse: Chiara Marino, Fabio Tollis e Mariangela Pezzotta, vittime degli omicidi per i quali furono pronunciate le condanne, e Andrea Bontade, la cui morte venne ricondotta giudiziariamente all’istigazione al suicidio.
Ricostruire la storia delle Bestie di Satana significa distinguere ciò che è stato accertato nei processi da ciò che è stato raccontato, interpretato e trasformato in mito. Perché il caso non riguarda soltanto i delitti, ma anche il modo in cui una storia criminale viene costruita e ricordata.
Prima delle Bestie
A metà degli anni Novanta, tra Somma Lombardo, Gallarate e Cologno Monzese, alcuni adolescenti e giovani adulti si incontrano nei pub, nelle sale prove e nei parcheggi della provincia. Tra i luoghi frequentati dal gruppo c’è il Midnight, il locale nel quale, il 17 gennaio 1998, verranno visti per l’ultima volta Chiara Marino e Fabio Tollis.
Prima di diventare i protagonisti di uno dei casi criminali più noti d’Italia, sono soprattutto ragazzi legati dalla musica, dalle amicizie e dalla frequentazione dello stesso ambiente. Fabio Tollis canta e suona il basso e la batteria e nel 1996 fonda i Ferocity insieme a Mario Maccione e Massimiliano Magni. In alcune cassette della band compare un suo ringraziamento scritto a mano a diverse persone, tra cui Mario, Marco, Ozzy, Eros, Vedra, Volpe e Nicola: alcuni degli stessi nomi che ricompariranno anni dopo negli atti giudiziari.
Accanto alla musica c’è l’uso di droghe. Le testimonianze raccolte durante le indagini descrivono un ambiente nel quale gli stupefacenti sono ampiamente presenti e nel quale alcuni membri del gruppo si dedicano anche allo spaccio. Tra gli episodi riportati negli atti c’è quello relativo a Chiara Marino, che secondo il racconto di Andrea Volpe sarebbe sfuggita a un tentativo di somministrarle un’overdose di eroina, interrotto dal passaggio di una pattuglia.
Anche l’esoterismo fa parte di quell’ambiente. Nella stanza di Chiara, dopo la sua scomparsa, i genitori trovano un piccolo altarino con candele nere, una stella a cinque punte, un piede di caprone e un teschio finti. Al Midnight viene individuato un altro altare, descritto dagli investigatori come sostanzialmente folkloristico.
È in questo contesto che compare anche il nome Circus of Satan, utilizzato dagli stessi ragazzi. Ma definire il gruppo semplicemente come una setta satanica rischia di appiattire una realtà più complessa. Dalle ricostruzioni processuali emergono gerarchie interne, prove di coraggio e riti di affiliazione basati anche sull’inflizione di dolore fisico. Alcune testimonianze riferiscono inoltre di un patto dal quale ci si sarebbe potuti sottrarre soltanto con la morte.
I rapporti di potere non corrispondono però del tutto all’immagine di una setta organizzata intorno a un unico leader. Nicola Sapone viene indicato negli atti come una figura di riferimento e come colui che sosteneva di essere in contatto con non meglio identificati referenti esterni. Paolo Leoni, detto Ozzy, viene descritto come ideologo, mentre Marco Zampollo, Eros Monterosso, Mario Maccione e Andrea Volpe vengono indicati nelle dichiarazioni rese da Volpe il 9 giugno 2004 come figure carismatiche.
Quello che emerge è quindi un gruppo costruito attraverso relazioni personali, amicizie, legami sentimentali e musicali, ma anche gerarchie, pressioni e forme di controllo. È all’interno di queste dinamiche che bisogna cercare la storia degli omicidi, prima ancora che nell’etichetta con la quale verranno raccontati.
Fabio Tollis e Chiara Marino
Il 17 gennaio 1998 Fabio Tollis ha sedici anni, Chiara Marino diciannove. Quella sera sono insieme ad alcuni amici al Midnight di Milano. Intorno alle 23.30 escono dal locale dicendo che devono fare una telefonata. Poco prima Fabio ha chiamato a casa per chiedere al padre il permesso di dormire fuori. Michele Tollis gli dice di no.
Da quel momento, di Fabio e Chiara si perdono le tracce.
Fabio è il più giovane del gruppo. Canta, suona il basso e la batteria ed è membro dei Ferocity e degli Infliction, due band legate all’ambiente metal che frequenta anche il padre Michele. Chi lo conosce lo descriverà come un ragazzo lontano dall’immagine che, anni dopo, verrà costruita intorno alle Bestie di Satana. Durante il processo, l’accusa arriverà a definirlo come una specie di angelo.
Chiara è meno conosciuta da Michele. I due non si erano mai incontrati prima della scomparsa di suo figlio e sarà proprio allora che l’uomo entrerà in contatto con la sua famiglia.
All’inizio, però, nessuno pensa a un omicidio. La prima ipotesi è quella di una fuga, si parla persino di una possibile fuga d’amore in Spagna. È la versione fornita dagli amici interrogati come persone informate sui fatti, secondo una ricostruzione che presenta elementi e formulazioni molto simili. La vicenda viene raccontata anche da Chi l’ha visto? e il caso continua a essere trattato come un possibile allontanamento volontario. Nel 2003 la denuncia verrà formalmente archiviata come fuga.
Michele Tollis, però, non è convinto.
Il giorno dopo la scomparsa denuncia il figlio e comincia a rivolgersi a diverse autorità: la caserma dei carabinieri di Cologno Monzese, quella di Corsico, il Tribunale per i minorenni, la Questura di Milano. I dati di Fabio vengono inseriti nel database dei minori scomparsi e trasmessi anche all’Interpol, ma Tollis continua ad avere la sensazione che nessuno stia davvero cercando di capire che cosa sia successo.
Anche la madre di Chiara continua a chiedere risposte. Nel marzo 1998 consegna agli investigatori una rubrica contenente i nomi delle persone che frequentavano la figlia. Negli anni successivi presenta altre segnalazioni e, nel giugno 2002, arriva ad ammanettarsi all’inferriata del Palazzo di Giustizia di Milano per chiedere di sapere se Chiara sia ancora viva.
Intanto Michele comincia a raccogliere personalmente gli elementi che, secondo lui, non coincidono con l’ipotesi della fuga.
Ci sono il diario di Fabio, nel quale Chiara non viene mai nominata, gli effetti personali della ragazza rimasti a casa, compreso il libretto degli assegni e uno stipendio che non viene riscosso, e soprattutto i comportamenti degli amici.
Leoni, la notte della scomparsa, si mostra molto interessato alle ricerche e fornisce a Michele il numero della famiglia Marino. Negli anni successivi, però, secondo quanto riferirà Tollis, sembrerà quasi ridimensionare la propria conoscenza di Fabio. Anche Andrea Volpe, secondo il racconto del padre, gli fa capire che aiutarlo nella ricerca significherebbe mettere nei guai le persone del gruppo.
Michele comincia così a indagare per conto proprio. Frequenta il Midnight, va ai concerti, arriva persino a Wacken, in Germania, e cerca di ricostruire l’ambiente nel quale si muovono i ragazzi che frequentavano Fabio. Analizza telefonate anonime e segnalazioni di presunti riti, raccoglie nomi e informazioni e scopre che alcuni di quei ragazzi utilizzano il nome Circus of Satan.
Presenta anche una denuncia integrativa nella quale indica alcuni sospetti. Ma le sue intuizioni non portano immediatamente a nuove indagini.
Quando la Procura di Busto Arsizio riaprirà la vicenda, emergerà invece che la morte di Fabio e Chiara era stata pianificata prima della loro scomparsa. Secondo la ricostruzione giudiziaria, quindici giorni prima del 17 gennaio 1998 l’auto nella quale i due erano soliti appartarsi era stata data alle fiamme. Alcuni giorni prima della scomparsa, inoltre, Pietro Guerrieri e Andrea Bontade avevano scavato le fosse nelle quali i corpi sarebbero stati successivamente nascosti.
Fabio e Chiara non erano fuggiti.
Andrea Bontade
Andrea Bontade frequenta il gruppo del Midnight e, secondo la ricostruzione della Procura di Busto Arsizio, partecipa alla preparazione delle fosse nelle quali verranno nascosti i corpi di Fabio Tollis e Chiara Marino.
Lo scavo, iniziato nei giorni precedenti, viene completato la sera del 16 gennaio da Pietro Guerrieri e Bontade insieme ad Andrea Volpe e Nicola Sapone. È proprio quella sera, secondo quanto emergerà dalle indagini, che Bontade comprende che gli altri intendono portare avanti il piano. Non si presenta all’appuntamento successivo e cerca di prendere le distanze dal gruppo.
Il distacco, però, non sarebbe stato pacifico.
Dalle indagini e dalle dichiarazioni rese da Andrea Volpe emerge un periodo segnato da minacce, telefonate, controllo e vessazioni. Bontade avrebbe inoltre ricevuto sostanze stupefacenti a sua insaputa. La pressione, secondo la ricostruzione processuale, sarebbe proseguita dopo il suo tentativo di allontanarsi dal gruppo.
Il 21 settembre 1999 Bontade muore alla guida della propria automobile, schiantandosi contro un muro. Inizialmente la sua morte viene considerata un incidente stradale. Soltanto anni dopo, con la riapertura delle indagini sulla scomparsa di Fabio e Chiara e l’emersione delle dichiarazioni di Volpe, la vicenda viene riletta alla luce dei rapporti che Bontade aveva avuto con il gruppo.
La qualificazione giuridica sarà diversa da quella degli omicidi di Fabio Tollis, Chiara Marino e Mariangela Pezzotta: per la morte di Bontade si procede infatti per istigazione al suicidio.
La distinzione è importante. Nel caso di Fabio e Chiara, la ricostruzione giudiziaria riguarda un omicidio. Per Bontade, invece, la responsabilità riconosciuta dai giudici riguarda la condotta esercitata nei suoi confronti e il rapporto tra quella condotta e la sua decisione di togliersi la vita.
La sua vicenda introduce così uno degli elementi più importanti per comprendere il gruppo: il rapporto tra appartenenza, paura e possibilità di sottrarsi alle sue dinamiche.
Mariangela Pezzotta
Mariangela Pezzotta vive a Somma Lombardo. Non appartiene al nucleo originario del gruppo che frequenta il Midnight: entra nella vicenda attraverso la relazione con Andrea Volpe, anni dopo la scomparsa di Fabio Tollis e Chiara Marino.
Il 24 gennaio 2004 Mariangela viene portata allo chalet di Golasecca, una costruzione isolata nel bosco frequentata da Volpe e da altre persone del gruppo. Quella notte ci sono alcol e droga. Secondo la ricostruzione processuale, è in questo contesto che matura l’omicidio.
Nel delitto sono coinvolti Andrea Volpe, la sua fidanzata Elisabetta Ballarin e Nicola Sapone. Mariangela viene ferita con un’arma da fuoco e successivamente colpita con una pala. Le responsabilità individuali e la dinamica verranno ricostruite durante le indagini e nei diversi procedimenti.
Volpe contatta Nicola Sapone, che raggiunge lo chalet quando Mariangela è ancora viva. La responsabilità attribuita a Sapone comprende l’uccisione della donna, non soltanto l’occultamento del corpo.
È questo elemento a creare il collegamento con il passato. Sapone e Volpe sono infatti già presenti nella vicenda di Fabio e Chiara.
La notte tra il 24 e il 25 gennaio, la notizia dell’omicidio di Mariangela arriva anche a Michele Tollis. Durante il telegiornale regionale vede il nome di Andrea Volpe associato al delitto. Per lui quel nome non è nuovo: è una delle persone che aveva indicato già negli anni precedenti mentre cercava di ricostruire la scomparsa del figlio.
La mattina del 25 gennaio Tollis si presenta alla stazione dei Carabinieri di Somma Lombardo e chiede di parlare con il comandante Michelangelo Segreto. Porta con sé la borsa nella quale ha conservato per anni diari, appunti, nomi e segnalazioni. Racconta ciò che ha raccolto sulla scomparsa di Fabio e Chiara e indica ancora una volta le persone che, secondo lui, meritano di essere ascoltate.
Questa volta qualcosa cambia.
Le indagini si concentrano su Andrea Volpe. Arrivano intercettazioni, perquisizioni e nuovi interrogatori. Nei mesi successivi Volpe comincia a parlare e rende dichiarazioni che porteranno gli investigatori fino al luogo in cui sono stati sepolti Fabio Tollis e Chiara Marino.
Le parole di Andrea Volpe
Andrea Volpe è l’uomo che, dopo l’arresto per l’omicidio di Mariangela Pezzotta, comincia a parlare. Le sue dichiarazioni diventeranno uno degli elementi centrali dell’inchiesta e, successivamente, del processo. Saranno anche uno dei principali terreni di scontro tra accusa e difese.
Nei successivi interrogatori, anche il 9 giugno 2004, rende dichiarazioni nelle quali ricostruisce non soltanto l’omicidio di Mariangela, ma anche la scomparsa di Fabio e Chiara e la vicenda di Andrea Bontade.
Secondo il suo racconto, l’omicidio di Fabio e Chiara era stato deciso circa quindici giorni prima della loro scomparsa, dopo che l’automobile nella quale i due erano soliti appartarsi era stata incendiata. Le fosse nelle quali sarebbero stati nascosti i corpi erano state preparate nei giorni precedenti e completate la sera del 16 gennaio da Pietro Guerrieri e Andrea Bontade insieme allo stesso Volpe e a Nicola Sapone.
La sera successiva Bontade, sempre secondo il racconto di Volpe, non si presenta all’appuntamento perché comprende che gli altri intendono davvero procedere con l’omicidio.
Volpe racconta quindi le modalità dell’uccisione di Fabio e Chiara e descrive il ruolo attribuito agli altri partecipanti. Sono dichiarazioni estremamente gravi. Ma proprio perché provengono da uno dei partecipanti ai fatti, il problema centrale diventa stabilire quanto siano attendibili.
Lo stesso vale per il racconto relativo ad Andrea Bontade. Volpe descrive un periodo successivo alla scomparsa di Fabio e Chiara fatto di minacce, pressioni, isolamento e somministrazione di droga a sua insaputa. Queste dichiarazioni confluiranno nella ricostruzione dell’accusa relativa alla sua morte.
Anche per l’omicidio di Mariangela Volpe ammette il proprio coinvolgimento e descrive il ruolo di Elisabetta Ballarin, chiamando inoltre in causa Nicola Sapone nel delitto.
A questo punto la domanda non può essere soltanto che cosa abbia raccontato Volpe. Deve diventare: che cosa, di quel racconto, è stato possibile verificare?
Le dichiarazioni di un imputato che chiama in causa altre persone devono essere confrontate con gli altri elementi acquisiti durante le indagini. Nel caso di Volpe, uno dei riscontri più importanti arriva dal ritrovamento dei corpi.
All’inizio di giugno 2004 Volpe conduce gli investigatori nel bosco di Somma Lombardo e indica il luogo nel quale, secondo il suo racconto, erano stati sepolti Fabio e Chiara. I resti dei due ragazzi vengono effettivamente ritrovati nel luogo indicato.
Le informazioni fornite da Volpe vengono inoltre confrontate con gli accertamenti sui resti, sulle fosse, sugli oggetti collegati ai delitti, con le testimonianze e con gli altri elementi raccolti durante le indagini.
È su questo terreno che si sviluppa la battaglia processuale. Le difese contestano la credibilità di Volpe e il peso attribuito alle sue dichiarazioni, mentre l’accusa sostiene che la sua versione sia sostenuta da elementi esterni e verificabili.
Il punto non è quindi stabilire semplicemente se Volpe abbia detto la verità o mentito. È capire come i giudici abbiano valutato le sue dichiarazioni e quali parti del suo racconto abbiano trovato conferma negli altri elementi di prova.
Il bosco
All’inizio di giugno 2004 gli investigatori entrano nel bosco di Somma Lombardo indicato da Andrea Volpe. Sono passati più di sei anni dalla scomparsa di Fabio Tollis e Chiara Marino.
Gli uomini dell’Arma iniziano a scavare nel punto indicato. Emerge una sepoltura clandestina contenente resti umani e alcuni oggetti riconducibili alle persone scomparse. Gli accertamenti successivi permettono di identificare i resti come quelli di Fabio Tollis e Chiara Marino.
Dopo sei anni, la scomparsa ha finalmente un luogo.
Quella che fino a quel momento era stata trattata come una scomparsa volontaria diventa un’indagine per duplice omicidio. Gli investigatori possono finalmente lavorare su un luogo del delitto, sui resti da esaminare e su una sequenza di fatti da ricostruire.
Per Michele Tollis è la conferma di ciò che aveva sostenuto fin dal 1998. Le dichiarazioni di Volpe permettono inoltre agli inquirenti di tornare sui giorni precedenti alla scomparsa, sulla preparazione delle fosse e sui rapporti tra le persone presenti quella sera. Gli elementi raccolti nel 2004 vengono messi a confronto con il materiale già acquisito negli anni precedenti, compresi gli appunti di Michele Tollis.
Le indagini si allargano agli altri membri del gruppo. Nicola Sapone, Paolo Leoni, Marco Zampollo, Eros Monterosso, Mario Maccione e Pietro Guerrieri vengono coinvolti nell’inchiesta e la Procura procede a ricostruire per ciascuno di loro un ruolo e una responsabilità specifici.
Il bosco restituisce così ciò che per sei anni era mancato: non soltanto i corpi di Fabio e Chiara, ma la possibilità di trasformare una scomparsa senza risposta in un caso giudiziario.
Dal gruppo alle responsabilità
È nel processo che l’etichetta Bestie di Satana si scompone definitivamente in responsabilità individuali.
La vicenda giudiziaria non procede infatti come se esistesse un unico imputato collettivo. I procedimenti e le posizioni processuali sono diversi, così come sono diverse le accuse rivolte alle singole persone.
Il procedimento principale riguarda il duplice omicidio di Fabio Tollis e Chiara Marino. Per gli imputati vengono ricostruiti ruoli diversi nella preparazione e nell’esecuzione del delitto. Al centro della prova c’è anche la chiamata in correità di Volpe, contestata dalle difese proprio perché proveniente da una persona coinvolta negli stessi fatti.
Il 31 gennaio 2006 la Corte d’Assise di Busto Arsizio pronuncia la sentenza di primo grado. La vicenda viene poi sottoposta al giudizio della Corte d’Assise d’Appello di Milano e della Corte di Cassazione, attraverso procedimenti e posizioni processuali differenti.
Il 6 maggio 2008 la Cassazione conferma le condanne per cinque imputati del procedimento principale: ergastolo per Nicola Sapone, 26 anni per Paolo Leoni, 24 per Eros Monterosso, 20 per Marco Zampollo e 16 per Elisabetta Ballarin. Le posizioni definite con riti e procedimenti separati non vanno confuse con questo elenco.
È proprio questa articolazione a rendere difficile parlare delle Bestie di Satana come di un soggetto unico.
Le responsabilità penali vengono infatti attribuite alle singole persone sulla base delle condotte ritenute provate. Alcuni imputati vengono riconosciuti responsabili del duplice omicidio, altri ricevono condanne diverse in relazione al ruolo loro attribuito. Anche per Mariangela Pezzotta le posizioni non coincidono, così come diversa è la qualificazione della morte di Andrea Bontade.
La distinzione è fondamentale: appartenere allo stesso ambiente non significa automaticamente essere responsabili degli stessi fatti.
È anche per questo che il caso può essere letto come una vicenda nella quale le dinamiche di gruppo hanno un peso, senza trasformare il gruppo in un soggetto dotato di una responsabilità indistinta.
All’interno del gruppo esistono soprannomi, rituali, gerarchie e regole di appartenenza. Alcuni assumono posizioni di maggiore autorità, altri seguono, altri ancora tentano di allontanarsi. Le dichiarazioni relative a Bontade mostrano proprio quanto possa essere difficile interrompere una relazione di questo tipo senza conseguenze.
Lo stesso tema ritorna nelle dichiarazioni relative agli altri membri del gruppo: telefonate, minacce, controllo dei rapporti con l’esterno e tentativi di mantenere una versione comune dei fatti.
Anche qui, però, bisogna distinguere tra ciò che viene raccontato da un imputato e ciò che viene successivamente riconosciuto dai giudici.
La responsabilità penale rimane individuale. Ma accanto a essa esiste una dimensione diversa: quella delle dinamiche di appartenenza, della pressione esercitata dal gruppo e della difficoltà di sottrarsi alle sue regole.
È una parte della vicenda che non ha bisogno del soprannaturale per essere inquietante.
Il satanismo: fatti, simboli e interpretazioni
È il tema che più di ogni altro ha contribuito a trasformare le Bestie di Satana in un caso nazionale.
Il gruppo utilizzava simboli satanici, rituali e riferimenti all’esoterismo. Questo è documentato, ma l’esistenza di questi elementi non equivale automaticamente all’appartenenza a una chiesa satanista, né dimostra da sola l’esistenza di una dottrina condivisa e coerente.
Negli anni sono stati raccontati rituali nel bosco, messe nere, patti di sangue, pentacoli, croci rovesciate, numeri satanici e altari. A questo immaginario si sono aggiunti la musica metal, il consumo di droghe e le dichiarazioni rese da alcuni membri del gruppo, nelle quali gli omicidi venivano talvolta descritti attraverso un linguaggio rituale e sacrificale. È così che la storia è diventata, nell’immaginario pubblico, quella di una setta satanica che uccide in nome di Satana.
Ma gli elementi satanici presenti nella vicenda e l’esistenza di una vera e propria organizzazione satanista non sono la stessa cosa.
Nelle ricostruzioni processuali compaiono rapporti gerarchici, uso e spaccio di stupefacenti, violenza, rituali di affiliazione e simbolismo esoterico. Non emerge invece una struttura religiosa organizzata capace di spiegare da sola le condotte degli imputati.
Anche la presenza di presunti referenti esterni, evocati in alcune dichiarazioni, non porta alla dimostrazione giudiziaria dell’esistenza di una struttura superiore capace di dirigere il gruppo.
Questo non significa che il satanismo fosse soltanto una scenografia. I simboli esistevano, così come esistevano rituali e pratiche di affiliazione nelle quali il dolore fisico assumeva un significato di appartenenza.
Ma una cosa è l’esistenza di un immaginario satanico; un’altra è stabilire che quel sistema di credenze costituisse il movente degli omicidi.
Anche la musica va collocata nello stesso contesto. Il gruppo nasce in ambienti legati al metal estremo, ma la frequentazione di quella scena non costituisce di per sé una prova di satanismo, né tantomeno di criminalità. Nel caso delle Bestie di Satana, musica, esoterismo, droga e violenza finiscono progressivamente per essere raccontati come parti di un unico fenomeno, mentre le loro funzioni concrete all’interno del gruppo erano differenti.
La domanda centrale rimane quindi doppia: quali elementi riconducibili al satanismo sono effettivamente documentati e quale peso ebbero nelle condotte criminali?
Le due cose non coincidono necessariamente.
È questa la distanza tra il simbolo e il movente, e anche una delle distanze più importanti tra il caso giudiziario e il mito.
Che cosa sappiamo davvero?
Dopo tutto ciò che è stato raccontato sulle Bestie di Satana, rimane una domanda semplice: che cosa possiamo dire con certezza?
Bisogna separare almeno quattro livelli: i fatti riconosciuti nelle sentenze definitive, le dichiarazioni rese dagli imputati, le ipotesi investigative che non hanno trovato una conferma giudiziaria e ciò che negli anni è entrato nella leggenda del caso.
Il primo livello è quello delle decisioni giudiziarie. Fabio Tollis e Chiara Marino sono stati vittime di un duplice omicidio commesso nel gennaio 1998. Mariangela Pezzotta è stata uccisa il 24 gennaio 2004. La morte di Andrea Bontade è stata invece ricondotta giudiziariamente all’istigazione al suicidio.
Le sentenze stabiliscono responsabilità penali individuali, riferite a persone, fatti e condotte determinati. Non stabiliscono una generica responsabilità delle Bestie di Satana.
Il secondo livello è quello delle dichiarazioni degli imputati. Andrea Volpe occupa qui un posto centrale. Le sue parole permettono di ricostruire numerosi aspetti della vicenda, ma proprio perché provengono da una persona direttamente coinvolta devono essere confrontate con gli altri elementi acquisiti durante le indagini.
Lo stesso vale per le dichiarazioni degli altri membri del gruppo. Non tutte hanno lo stesso valore probatorio e non tutte sono state necessariamente confermate.
Il terzo livello riguarda le ipotesi investigative. Nel corso degli anni l’inchiesta ha alimentato interrogativi su altre morti, su possibili collegamenti esterni e su una struttura più ampia rispetto al gruppo direttamente coinvolto nei procedimenti.
Ma l’esistenza di un’indagine o di un’ipotesi non equivale all’accertamento di un reato.
Infine c’è la leggenda.
Negli anni, intorno alle Bestie di Satana sono comparsi racconti di un numero molto più elevato di vittime, di una rete satanica estesa oltre il gruppo originario, di gerarchie occulte, rituali complessi e collegamenti internazionali.
Alcune ricostruzioni nascono da vecchie piste investigative, altre da dichiarazioni degli imputati, altre ancora dalla loro ripresa giornalistica e dalla successiva circolazione sul web.
Il problema non è soltanto stabilire se siano vere o false. È capire da dove provengano e quale grado di verifica abbiano ricevuto.
È qui che il mito diventa più grande del processo.
La vicenda giudiziaria restituisce un insieme di persone con ruoli differenti, coinvolte in fatti differenti e giudicate sulla base di prove differenti. La leggenda tende invece a trasformarle in un unico soggetto e ad aggiungere a quel soggetto tutto ciò che negli anni è stato associato all’immaginario satanico.
Un fatto accertato non vale quanto una dichiarazione. Una dichiarazione non vale quanto un’ipotesi investigativa. E un’ipotesi investigativa non diventa vera perché viene ripetuta abbastanza volte.
Questa distinzione non impoverisce la storia. Le restituisce precisione.
Alla fine, se torniamo all’inizio, la domanda non è più soltanto perché lo abbiano fatto.
La domanda è: che cosa ci ricordiamo davvero delle Bestie di Satana?
Ricordiamo i fatti accertati nei processi, oppure ricordiamo soprattutto la storia che negli anni abbiamo costruito intorno a quei fatti? Il nome, i simboli, la setta, il satanismo, le presunte vittime mai accertate.
Il caso ha funzionato così bene nell’immaginario perché ha dato un nome unico a una vicenda fatta invece di persone diverse, responsabilità diverse e dinamiche molto più complesse. Un’etichetta al posto delle singole storie. Dei mostri al posto delle persone.
Andare oltre le Bestie significa fare l’operazione inversa: togliere il nome collettivo, separare ciò che è stato accertato da ciò che è stato raccontato e tornare ai nomi propri.
Fabio.
Chiara.
Mariangela.
Andrea.
E alle famiglie che li hanno cercati e ricordati quando la loro storia non era ancora diventata un caso nazionale.
Perché il modo più concreto di andare oltre il mito non è aggiungere un’altra storia alla leggenda.
È ricordare le persone che la leggenda ha rischiato di nascondere.



