Il contesto

Le luci sono tutte accese. Radio e televisori sono rimasti in funzione in diverse stanze. Alcuni oggetti non sono più al loro posto, nel seminterrato il bagno è stato utilizzato e dal frigorifero manca del latte.

Pochi istanti dopo arriva la scoperta più inquietante. Tra la cucina e il corridoio, sui muri, qualcuno ha scritto con ketchup e maionese frasi come «Sposami» e «Sono nella tua stanza. Vieni a cercarmi». In un’altra stanza una fotografia di famiglia è stata staccata dalla parete e fissata al muro con un coltello. In un primo momento Frank Bowen pensa a uno scherzo o a un atto vandalico. Le figlie, invece, collegano subito quei fatti agli strani episodi delle settimane precedenti: passi nel cuore della notte, oggetti che sembravano spostarsi da soli e una tavola Ouija che, durante alcuni tentativi di contattare la madre scomparsa da poco, sembrava muoversi senza spiegazione. Frank aveva sempre attribuito tutto al dolore per il lutto e alla suggestione.

La spiegazione, però, era molto diversa.

Chi era Daniel LaPlante

Daniel J. LaPlante nasce il 15 maggio 1970 a Townsend, nel Massachusetts, una piccola cittadina al confine con il New Hampshire.

All’esterno, la sua sembra una famiglia come tante. Secondo diverse ricostruzioni emerse negli anni successivi, però, l’ambiente domestico era caratterizzato da forte disordine e tensioni. La casa e il terreno circostante erano pieni di oggetti accumulati, vecchie automobili e materiali abbandonati.

Frequenta la St. Bernard’s High School di Fitchburg. Compagni e insegnanti lo descrivono come un ragazzo riservato, introverso e con pochi rapporti sociali. Passa molto tempo da solo, spesso nei boschi vicino casa.

Già intorno ai quindici anni iniziano i primi problemi con la legge. Daniel entra nelle abitazioni della zona per compiere piccoli furti, ma con il tempo il suo comportamento cambia. Non si limita più a rubare: sposta oggetti, lascia porte aperte, modifica l’ambiente domestico senza un apparente motivo. Gesti che sembrano pensati soprattutto per lasciare una traccia della propria presenza e alimentare inquietudine nelle vittime.

Nello stesso periodo gli viene diagnosticato un disturbo da deficit di attenzione e iperattività e inizia un percorso psicologico.

Anni dopo, durante i procedimenti giudiziari e nelle proprie dichiarazioni, LaPlante sosterrà di aver subito abusi fisici e sessuali, prima da parte del padre e successivamente da uno psichiatra che lo aveva in cura. Si tratta però di accuse mai confermate in sede giudiziaria e prive di riscontri pubblici.

Le valutazioni psichiatriche effettuate nel corso degli anni descrivono invece un quadro clinico più documentato. Gli esperti individuarono già nell’adolescenza caratteristiche compatibili con un disturbo della condotta, tra cui menzogne ripetute, furti e scarso rispetto delle regole. In età adulta gli verrà inoltre diagnosticato un disturbo antisociale di personalità.

Proprio il suo profilo psicologico diventerà uno degli aspetti più discussi del caso: per alcuni specialisti, i comportamenti di LaPlante andrebbero letti alla luce delle esperienze traumatiche che lui stesso dichiarò di aver vissuto; altri, invece, ritengono che tali elementi non siano sufficienti a spiegare la gravità delle sue azioni.

Nel 2019, durante la revisione della condanna imposta quando era minorenne, la Corte Suprema del Massachusetts osservò che i delitti non potevano essere attribuiti esclusivamente all’immaturità tipica dell’età adolescenziale, sottolineando come emergessero anche scelte consapevoli e pianificate.

Quando, nel 1986, Daniel LaPlante inizia a interessarsi alla famiglia Bowen ha soltanto sedici anni. Non è ancora un assassino, ma il suo comportamento mostra già un’escalation preoccupante: dai furti è passato a entrare nelle case altrui per osservare, manipolare l’ambiente e terrorizzare chi ci vive.

L’ossessione per Tina Bowen

Nel 1986, tra i corridoi della scuola, LaPlante conosce Tina Bowen, quindicenne che vive con la famiglia a Pepperell, a pochi chilometri da Townsend.

Tra i due c’è un breve avvicinamento. Durante le vacanze di Pasqua escono insieme una volta, ma la frequentazione si interrompe quasi subito. Secondo le ricostruzioni emerse negli anni successivi, Tina decide di prendere le distanze dopo aver sentito parlare dei problemi disciplinari e giudiziari di Daniel.

Nei mesi successivi, LaPlante inizia a interessarsi sempre di più alla vita della ragazza. Passa davanti alla sua abitazione, osserva gli orari della famiglia e, a un certo punto, comincia a introdursi nella casa dei Bowen.

Le prime intrusioni sembrano limitarsi all’osservazione. Daniel entra quando la casa è vuota, si aggira nelle stanze, apre cassetti, sposta oggetti e poi se ne va senza lasciare segni evidenti. Con il passare delle settimane, però, il suo comportamento diventa sempre più invasivo e i Bowen iniziano ad accorgersi che qualcosa non torna.

Tina e sua sorella raccontano anche di sentire passi durante la notte e di avere la sensazione che qualcuno si aggiri per la casa. Frank Bowen attribuisce quei timori al difficile momento che la famiglia sta vivendo dopo la morte della moglie.

Nel frattempo, Daniel continua a entrare nell’abitazione senza essere scoperto. Non cerca un confronto diretto con Tina né tenta di riallacciare il rapporto. La sua presenza resta invisibile, ma sempre più invasiva.

Tra l’autunno e l’inizio dell’inverno del 1986 la situazione raggiunge un nuovo livello. Le intrusioni diventano sempre più frequenti e la casa dei Bowen smette progressivamente di essere un luogo sicuro.

Il ragazzo nei muri

Daniel LaPlante sfrutta un’intercapedine tra i muri e alcuni spazi nascosti del seminterrato per entrare e uscire senza essere visto. Quando la famiglia è assente, mangia il loro cibo, utilizza il bagno e rimane all’interno della casa per ore.

Con il passare delle settimane il suo comportamento diventa sempre più inquietante.

Stacca una fotografia di famiglia e la fissa al muro con un coltello. Sui muri scrive frasi inquietanti e minacciose utilizzando ketchup e maionese. Accende televisori e radio, sposta oggetti e lascia dietro di sé una serie di piccoli dettagli pensati per essere notati.

L’obiettivo non sembra essere il furto. Daniel vuole far sentire la propria presenza senza mostrarsi, alimentando nella famiglia la sensazione che qualcosa di inspiegabile stia accadendo.

L’8 dicembre 1986 la situazione precipita. Poco dopo le 17:30 Frank Bowen rientra a casa insieme alle figlie e a un’amica. Appena entrano si rendono conto che qualcosa non va: tutte le luci sono accese, televisioni e radio trasmettono contemporaneamente da stanze diverse e alcuni oggetti sono stati spostati.

Mentre controlla l’abitazione, Frank apre l’anta di un armadio e davanti a lui compare Daniel LaPlante. Ha il volto dipinto, indossa una pesante giacca in stile nativo americano e impugna un’accetta e una grossa chiave inglese. Con tono sorprendentemente calmo ordina a Frank di radunare le ragazze in una camera da letto. Bowen asseconda la richiesta per guadagnare tempo. Una volta entrati nella stanza, blocca la porta con una sedia. Nel frattempo Tina apre la finestra, si cala all’esterno e corre dai vicini per chiedere aiuto.

La polizia di Pepperell arriva in pochi minuti e circonda l’abitazione. Frank riesce a mettere in salvo anche l’altra figlia, poi esce dalla casa. Gli agenti la perquisiscono completamente, estendendo le ricerche anche ai boschi e alle strade vicine. Di Daniel, però, non c’è traccia. L’unico elemento rimasto sono l’accetta e la chiave inglese, abbandonate all’interno della casa.

Due giorni dopo gli investigatori decidono di effettuare una nuova perquisizione, concentrandosi sugli spazi nascosti del seminterrato. In uno stretto vano ricavato tra le fondamenta e il muro trovano Daniel rannicchiato. È lì che, secondo gli inquirenti, aveva trascorso buona parte del tempo durante le intrusioni.

L’arresto

Per gli investigatori il caso sembra concluso. Dopo settimane di intrusioni e intimidazioni, il responsabile è stato identificato: un sedicenne accusato di violazione di domicilio, furto e aggressione con armi improprie.

Daniel viene affidato al sistema giudiziario minorile del Massachusetts e trasferito in una struttura detentiva in attesa del processo.

La vicenda, però, non si conclude con l’arresto. Nell’ottobre 1987, circa dieci mesi dopo i fatti di Pepperell, LaPlante viene rimesso in libertà dietro pagamento di una cauzione di 10.000 dollari, ottenuta grazie a un’ipoteca accesa dalla madre sulla casa di famiglia.

Già prima della scarcerazione Daniel aveva mostrato un’escalation di comportamenti preoccupanti. Oltre ai precedenti per furto, aveva trascorso settimane nascosto all’interno della casa della famiglia Bowen, arrivando a minacciarne i componenti con un’accetta e una chiave inglese. Alcuni professionisti coinvolti nel caso avevano inoltre segnalato problemi comportamentali e la necessità di un monitoraggio costante.

Nonostante ciò, Daniel torna a vivere a Townsend, a pochi chilometri da Pepperell.

Per alcune settimane la sua vita sembra riprendere normalmente. In realtà, secondo la ricostruzione degli investigatori, continua a commettere reati.

Il 14 ottobre 1987 ruba due fucili calibro 22 da un’abitazione. Poche settimane dopo entra nella casa della famiglia Gustafson senza essere scoperto, osserva l’ambiente e se ne va. È il primo contatto con quelle che diventeranno le sue future vittime.

Nessuno mette in relazione questi episodi con il caso Bowen. Le informazioni rimangono frammentate e Daniel continua a vivere in libertà.

Con il senno di poi, quella scarcerazione è stata al centro di numerose critiche. Molti si sono chiesti se un controllo più rigoroso o una permanenza più lunga in una struttura detentiva avrebbero potuto impedire ciò che sarebbe accaduto poche settimane dopo.

Gli omicidi della famiglia Gustafson

Il 1° dicembre 1987 Daniel LaPlante ha 17 anni ed è in libertà da meno di due mesi.

Quella mattina entra nella casa della famiglia Gustafson, a Townsend, Massachusetts. All’interno si trovano Priscilla Gustafson, 33 anni e incinta del terzo figlio, insieme ai figli Abigail, di 7 anni, e William, di 5. Il marito Andrew è al lavoro.

Secondo la ricostruzione accolta dai tribunali, Daniel si introduce nell’abitazione armato. Ciò che accade nelle ore successive porta alla morte di Priscilla e dei due bambini.

I corpi vengono scoperti nel tardo pomeriggio, quando Andrew rientra a casa dal lavoro e trova la famiglia senza vita. È lui a chiamare immediatamente i soccorsi.

L’omicidio di una giovane madre incinta e dei suoi due figli sconvolge il Massachusetts. Gli investigatori iniziano subito a ricostruire gli ultimi movimenti dell’assassino.

Le indagini si concentrano rapidamente su Daniel LaPlante.

Tra la casa dei Gustafson e quella della sua famiglia vengono rinvenuti alcuni indumenti abbandonati, mentre i cani molecolari seguono una pista che conduce nelle vicinanze della sua abitazione. Gli investigatori scoprono inoltre che, nei giorni precedenti, Daniel aveva già fatto irruzione nella casa dei Gustafson, probabilmente per studiarne gli spazi e le abitudini.

Nei due giorni successivi agli omicidi continua a commettere furti e intrusioni in abitazioni della zona, senza lasciare intendere di voler fuggire lontano.

Il 3 dicembre 1987 viene arrestato a Pepperell, nascosto all’interno di un cassonetto.

Per gli inquirenti non ci sono più dubbi: il ragazzo che meno di un anno prima aveva terrorizzato la famiglia Bowen è ora accusato di un triplice omicidio.

La notizia provoca un’ondata di indignazione. Molti si chiedono come fosse stato possibile che un adolescente già protagonista di un caso tanto inquietante fosse tornato in libertà pochi mesi prima.

Il processo che seguirà dovrà stabilire non solo la sua responsabilità, ma anche se dietro quei delitti ci fosse un ragazzo profondamente disturbato o un giovane già pienamente consapevole delle proprie azioni.

Processo e condanna

Nell’ottobre 1988, quasi un anno dopo gli omicidi della famiglia Gustafson, Daniel LaPlante entra nell’aula del tribunale della contea di Middlesex. Ha 17 anni ed è accusato di tre omicidi di primo grado.

L’accusa ricostruisce gli spostamenti del ragazzo attraverso le prove raccolte durante le indagini: i fucili rubati poche settimane prima, la maglietta e i guanti ritrovati nel bosco tra la casa dei Gustafson e la sua, oltre alle testimonianze dei vicini. La difesa insiste invece sull’età dell’imputato e sui problemi psichiatrici emersi negli anni precedenti.

La giuria impiega poco tempo a raggiungere un verdetto: colpevole su tutti i capi d’imputazione.

La sentenza è durissima: tre ergastoli consecutivi senza possibilità di libertà condizionata. Per il Massachusetts il caso sembra definitivamente chiuso.

Ma negli anni successivi cambia il quadro giuridico.

Nel 2012 la Corte Suprema degli Stati Uniti, con la sentenza Miller v. Alabama, stabilisce che l’ergastolo senza possibilità di libertà per i minorenni viola il divieto di pene crudeli e inusuali. Gli Stati sono quindi costretti a riesaminare molte condanne inflitte a imputati che, al momento dei fatti, non avevano ancora compiuto 18 anni.

Anche il caso LaPlante torna davanti ai giudici.

Nel 2019 la Corte Suprema del Massachusetts rivaluta la sua posizione applicando i cosiddetti Miller factors: il grado di maturità, il contesto familiare, la possibilità di riabilitazione e le circostanze dei delitti.

La conclusione è netta. Secondo la Corte, gli omicidi furono deliberati e intenzionali, non il risultato dell’immaturità tipica dell’adolescenza. Per questo la condanna viene confermata.

L’unica modifica riguarda la possibilità di chiedere la libertà condizionale dopo 45 anni di detenzione. La prima udienza davanti alla commissione per la libertà vigilata potrà quindi avvenire intorno al 2032.

Oggi Daniel LaPlante è ancora detenuto.

La spiegazione psicologica

Capire Daniel LaPlante non è stato semplice nemmeno per gli psichiatri. Tra il processo del 1988 e la revisione della condanna nel 2019 sono state eseguite diverse valutazioni cliniche, che hanno delineato un quadro complesso e controverso.

Già durante l’adolescenza Daniel mostrava caratteristiche compatibili con un Disturbo della Condotta a esordio infantile, una condizione associata a comportamenti persistenti come violazione delle regole, furti, menzogne e aggressività. Non significa che ogni ragazzo con questa diagnosi diventi un criminale violento, ma rappresenta uno dei principali fattori di rischio per lo sviluppo di disturbi di personalità in età adulta.

Negli anni successivi gli venne infatti diagnosticato anche un Disturbo Antisociale di Personalità. Nelle relazioni psichiatriche ricorrono riferimenti alla scarsa empatia, alla difficoltà nel provare rimorso e alla tendenza a vedere gli altri come strumenti per raggiungere i propri obiettivi.

Resta invece più controverso il tema dei traumi.

Nella decisione del 2019, la Corte Suprema del Massachusetts ha ritenuto che, indipendentemente dall’infanzia di Daniel, gli omicidi non fossero il risultato di un impulso adolescenziale o di una temporanea immaturità. Secondo la Corte furono azioni pianificate e deliberate, compiute con piena consapevolezza delle loro conseguenze.

Per questo il caso LaPlante continua a essere studiato nelle facoltà di criminologia e psicologia forense. Non tanto perché offra una risposta definitiva alla domanda “si nasce o si diventa violenti?”, quanto perché mostra quanto sia difficile distinguere il peso dei fattori individuali, dell’ambiente e delle eventuali patologie nello sviluppo di una violenza estrema.

L’eredità del caso

A quasi quarant’anni di distanza, il caso Daniel LaPlante continua a essere ricordato per due motivi: l’insolita dinamica del “ragazzo nei muri” e il dibattito che ha alimentato sulla gestione dei minori autori di reati gravi.

Sul piano investigativo è spesso citato come esempio di escalation criminale. Prima i furti nelle abitazioni, poi le intrusioni nella casa dei Bowen, lo stalking e, infine, gli omicidi della famiglia Gustafson. Una progressione che mostra come comportamenti apparentemente minori possano, in alcuni casi, evolvere in forme di violenza molto più gravi.

Anche sul piano giuridico il caso è tornato d’attualità dopo le sentenze della Corte Suprema degli Stati Uniti sull’ergastolo per i minorenni. La revisione della condanna di LaPlante è diventata uno degli esempi utilizzati per discutere come bilanciare la possibilità di riabilitazione con la gravità del reato commesso.

La storia ha continuato a vivere anche fuori dalle aule di tribunale. Documentari, podcast e articoli di cronaca l’hanno riportata all’attenzione del pubblico, soprattutto per l’inquietante vicenda del ragazzo che visse per settimane nascosto all’interno della casa di una famiglia senza essere scoperto.

Fonti e letture

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