Il contesto

Per quasi quattro anni una tranquilla segretaria di Wichita, in Kansas, fu perseguitata da uno sconosciuto che sembrava conoscere ogni dettaglio della sua vita. Tutto iniziò con alcune telefonate anonime. Poi arrivarono lettere minatorie, atti vandalici, aggressioni e persino un tentato omicidio. Ogni episodio rendeva sempre più concreta l’idea che qualcuno la stesse osservando e aspettando il momento giusto per ucciderla.

Le indagini coinvolsero la polizia locale, l’FBI e diversi esperti, mentre l’intera città seguiva il caso con crescente apprensione. Erano gli anni in cui Wichita era già terrorizzata da BTK, il serial killer che si firmava con l’acronimo Bind, Torture, Kill. Per molti investigatori era inevitabile pensare che il persecutore di Ruth fosse lui, oppure qualcuno deciso a imitarne i metodi.

Ma nel 1981 l’inchiesta prese una direzione che nessuno aveva immaginato.

Chi era Ruth Finley

Ruth Carolyn Finley nasce il 1° febbraio 1930 a Richards, nel Missouri, e cresce tra il Missouri e il Kansas, nell’America rurale degli anni della Grande Depressione. Nel 1946, a sedici anni, frequenta la scuola superiore a Fort Scott, in Kansas, quando la sua vita cambia improvvisamente.

Un pomeriggio accetta un passaggio da uno sconosciuto. L’uomo la conduce in un luogo isolato, la stordisce con del cloroformio e la marchia con un ferro da stiro rovente. L’aggressione ottiene ampia copertura sui giornali locali, che ribattezzano l’autore il demone del cloroformio.

Ruth sopravvive, ma quell’episodio lascia un trauma profondo. Negli anni Quaranta il supporto psicologico alle vittime era pressoché inesistente e, come accadeva spesso all’epoca, la soluzione era una sola: cercare di andare avanti senza parlarne.

Negli anni successivi Ruth costruisce una vita apparentemente serena. Sposa Edward Finley, ha tre figli e trova un impiego stabile come segretaria presso la Southwestern Bell Telephone Company. Chi la conosce la descrive come una persona riservata, affidabile e gentile. Conduce una vita ordinaria, senza problemi con la giustizia, senza conflitti evidenti e senza persone che sembrino avere motivo di prendersela con lei.

Proprio per questo, quando nel 1977 racconta di essere perseguitata da uno sconosciuto, nessuno mette in dubbio le sue parole.

L’inizio dell’incubo

Nell’estate del 1977 il marito Ed viene colpito da un infarto e ricoverato al Wesley Medical Center di Wichita. Mentre trascorre le giornate tra casa e ospedale, Ruth riceve una telefonata destinata a dare inizio a una delle vicende più insolite della cronaca americana: dall’altra parte della cornetta c’è una voce maschile che fa riferimento al violento episodio del ferro da stiro.

Nei giorni successivi le telefonate continuano. Arrivano nel cuore della notte e seguono sempre lo stesso schema: l’uomo dimostra di conoscere dettagli del suo passato e minaccia di rivelarli al marito, ai figli e ai colleghi.

Poco dopo iniziano ad arrivare anche le lettere. Alcune sono scritte a mano, altre dattiloscritte. Contengono minacce, riferimenti all’aggressione del 1946 e, in alcuni casi, brevi componimenti in rima. È proprio questa particolarità a spingere Ed Finley a soprannominare l’anonimo persecutore The Poet, un nome che finirà per comparire anche nei documenti dell’indagine.

L’aspetto più inquietante è la precisione delle informazioni contenute nei messaggi. Il mittente cita particolari dell’aggressione che Ruth ritiene impossibili da conoscere per chiunque altro. Per lei esiste una sola spiegazione: il responsabile deve essere il suo aggressore, oppure qualcuno che ha avuto accesso ai dettagli del caso.

Nel frattempo Wichita vive ancora nel timore di BTK. L’idea che le minacce possano essere collegate al serial killer, o a un suo imitatore, appare plausibile anche agli investigatori.

In un primo momento Ruth e suo marito sperano che tutto finisca da solo. Quando però telefonate e lettere diventano sempre più frequenti, decidono di rivolgersi alla polizia di Wichita, consegnando i messaggi ricevuti e raccontando quanto accaduto.

Lo stalker diventa sempre più violento

Tra il 1977 e il 1979 le minacce si fanno sempre più concrete. Alle telefonate e alle lettere si aggiungono episodi che dimostrano come lo stalker sembri conoscere perfettamente le abitudini della coppia e sia in grado di avvicinarsi alla loro casa senza essere visto.

I primi segnali sono atti di sabotaggio: la linea telefonica viene tagliata, una corona di Natale viene incendiata e davanti all’abitazione compaiono oggetti deliberatamente offensivi, tra cui bottiglie di urina, un barattolo contenente feci, vetri rotti e pezzi di cemento. Nelle lettere continuano ad apparire minacce e riferimenti all’aggressione subita da Ruth nel 1946.

Nemmeno il luogo di lavoro sembra più sicuro. Un mattino Ruth trova sulla propria scrivania un coltello da macellaio, lasciato senza alcun messaggio. L’episodio provoca forte preoccupazione tra i colleghi e spinge l’azienda ad aumentare le misure di sicurezza, senza però riuscire a individuare il responsabile.

Nel 1978 Ruth denuncia anche un tentativo di rapimento: racconterà alla polizia di essere stata avvicinata nel parcheggio del luogo di lavoro da un uomo che avrebbe cercato di trascinarla verso un’auto. Riesce a divincolarsi e a mettersi in salvo, ma gli investigatori non trovano testimoni né elementi utili a identificare l’aggressore.

L’episodio più grave avviene nel luglio del 1979. Mentre attraversa il parcheggio del Towne East Square Shopping Center, Ruth viene colpita tre volte con un punteruolo da ghiaccio. Le ferite non sono mortali, ma richiedono il ricovero in ospedale.

L’accoltellamento trasforma definitivamente il caso in una questione di interesse pubblico. I giornali seguono quotidianamente gli sviluppi dell’indagine e la polizia intensifica la sorveglianza intorno alla famiglia Finley, predisponendo pattugliamenti più frequenti e ulteriori misure di protezione.

Nonostante l’escalation di violenza, gli investigatori non riescono a individuare un sospettato. Le lettere continuano ad arrivare, ma non emergono impronte, testimoni o altre prove capaci di indirizzare le indagini. L’ipotesi che il persecutore possa essere collegato a BTK, o che ne stia emulando il comportamento, continua così ad apparire plausibile.

Le indagini

Vengono raccolte e analizzate oltre trecento lettere anonime; grafologi dell’FBI esaminano calligrafia, carta, inchiostro e macchine da scrivere utilizzate, senza ottenere elementi utili all’identificazione dell’autore.

Parallelamente vengono disposte sorveglianze attorno all’abitazione dei Finley, installati sistemi di allarme e intercettate le telefonate. Gli investigatori interrogano centinaia di vicini, colleghi e conoscenti della coppia e riaprono persino il fascicolo relativo all’aggressione subita da Ruth nel 1946, nel tentativo di individuare un possibile collegamento con gli eventi recenti.

Anche l’FBI partecipa all’indagine. I profiler delineano il profilo di un uomo organizzato, intelligente e metodico, compatibile con alcune caratteristiche attribuite a BTK. Per mesi gli investigatori confrontano date, modalità operative e contenuti delle lettere, senza trovare prove che colleghino i due casi.

Solo verso la fine del 1980 iniziano ad affiorare alcune anomalie. Le lettere sembrano arrivare in momenti particolarmente delicati della vita di Ruth, nessuno ha mai visto lo stalker e il medico che la visita dopo l’accoltellamento osserva che le ferite potrebbero essere compatibili con un’autolesione. Sono elementi ancora insufficienti per mettere in discussione la versione della vittima, ma abbastanza da spingere gli investigatori a riesaminare il caso da una prospettiva diversa.

Il momento della svolta

Per la prima volta gli investigatori prendono in considerazione un’ipotesi fino ad allora ritenuta impensabile: che il responsabile possa non essere uno stalker esterno. LaMunyon dispone quindi una sorveglianza discreta nei confronti della stessa Ruth Finley.

Dopo alcune settimane accade un episodio decisivo. Durante la pausa pranzo Ruth viene osservata mentre imbuca una lettera indirizzata alla propria abitazione. Gli agenti la fotografano e recuperano successivamente la corrispondenza: si tratta di una delle nuove lettere firmate da The Poet.

Quelle immagini cambiano completamente il corso dell’indagine. Ruth ed Edward Finley vengono convocati in centrale e davanti alle fotografie Ruth rimane profondamente disorientata. Secondo le ricostruzioni successive, non reagisce come una persona sorpresa a mentire, ma come qualcuno incapace di comprendere ciò che gli viene mostrato.

Durante il lungo colloquio con gli investigatori, Ruth finisce per ammettere di aver scritto le lettere, di aver tagliato il cavo telefonico, incendiato la corona natalizia, lasciato il coltello nel proprio ufficio e di essersi inflitta le ferite nel parcheggio del centro commerciale.

Ciò che colpisce gli investigatori, però, è un altro aspetto: Ruth sostiene di non ricordare gran parte di quei gesti e di non comprenderne il motivo. Alla domanda sul perché avesse fatto tutto questo, continua a ripetere di non saperlo. La donna viene quindi ricoverata in una struttura psichiatrica per essere sottoposta a una valutazione specialistica. Con la sua confessione, l’indagine si conclude ufficialmente.

La spiegazione psicologica

Nel corso della terapia emerge un elemento centrale: l’aggressione subita da Ruth nel 1946 non era mai stata realmente elaborata.

A sedici anni era stata attirata in un luogo isolato, narcotizzata con il cloroformio e ustionata con un ferro da stiro rovente. Sebbene fosse sopravvissuta, aveva scelto di non parlare quasi mai di quell’episodio, costruendo negli anni una vita apparentemente normale senza affrontarne le conseguenze psicologiche. Secondo Pickens, quel trauma era rimasto latente per oltre trent’anni. Alcune ricostruzioni riferiscono inoltre che, durante il percorso terapeutico, sarebbero emersi altri eventi traumatici risalenti all’infanzia, che avrebbero contribuito ad aggravare la fragilità psicologica della donna.

Lo psichiatra individuò due fattori che avrebbero favorito il crollo psicologico del 1977: il primo fu l’infarto del marito Edward, che lasciò Ruth improvvisamente sola in un momento di forte vulnerabilità emotiva, il secondo fu il clima di paura che si respirava a Wichita a causa degli omicidi di BTK. Le continue notizie sul serial killer, che faceva irruzione nelle abitazioni e terrorizzava le proprie vittime, contribuirono a riattivare ricordi e paure mai realmente superati.

Secondo Pickens, Ruth soffriva invece di un disturbo dissociativo caratterizzato da episodi di amnesia e da una marcata alterazione dello stato di coscienza. In altre parole, alcuni dei comportamenti messi in atto durante la persecuzione non sarebbero stati accompagnati da una piena consapevolezza e, successivamente, non venivano ricordati dalla donna.

La valutazione psichiatrica ebbe conseguenze decisive anche sul piano giudiziario. La procura della contea di Sedgwick concluse che non vi fossero elementi sufficienti per sostenere che Ruth avesse agito con la consapevolezza e l’intenzione di organizzare una falsa denuncia allo scopo di ingannare le autorità, per questo motivo non venne incriminata, ma affidata a un lungo percorso terapeutico.

Ruth rimase in trattamento con Andrew Pickens per circa sette anni. Durante quel periodo affrontò il trauma dell’aggressione subita da adolescente e lavorò sui meccanismi psicologici che avevano portato alla costruzione della persecuzione immaginaria.

Secondo quanto riportato dallo stesso Pickens, dopo l’inizio della terapia gli episodi cessarono completamente: non arrivarono più lettere, non si verificarono nuovi atti vandalici né ulteriori autolesioni.

Il dibattito

La confessione di Ruth Finley suscitò un acceso dibattito a Wichita e, più in generale, tra giuristi, psichiatri e opinione pubblica.

Per quasi quattro anni la città aveva vissuto nel timore di un misterioso persecutore. La polizia aveva impiegato ingenti risorse investigative, coinvolgendo anche l’FBI e spendendo circa 370.000 dollari dell’epoca. Scoprire che lo stalker e la vittima coincidevano nella stessa persona lasciò molti cittadini increduli.

Da quel momento il caso smise di essere soltanto una vicenda di cronaca nera e divenne anche una questione giuridica ed etica: Ruth Finley era una criminale o una paziente?

Per una parte dell’opinione pubblica la risposta era semplice: Ruth aveva presentato false denunce, depistato le indagini e assorbito per anni tempo e risorse che avrebbero potuto essere impiegati in altre inchieste, mentre BTK era ancora in libertà. Dal loro punto di vista, il danno provocato era reale e avrebbe dovuto avere conseguenze giudiziarie, indipendentemente dalle motivazioni psicologiche.

Secondo Andrew Pickens e gli altri psichiatri coinvolti nel caso, invece, Ruth non aveva organizzato consapevolmente un piano per ingannare la polizia. Le sue azioni erano il risultato di un grave disturbo dissociativo sviluppatosi su un trauma mai elaborato. Fu proprio questa valutazione a convincere la procura della contea di Sedgwick a non procedere penalmente. Per il reato di falsa denuncia sarebbe stato necessario dimostrare che Ruth fosse pienamente consapevole della falsità delle proprie accuse e avesse agito con l’intenzione di ingannare gli investigatori. Gli accertamenti psichiatrici portarono invece a una conclusione opposta.

Negli anni successivi Ruth parlò pubblicamente della propria esperienza, contribuendo anche a chiarire un equivoco ricorrente. Durante un’intervista rilasciata a Oprah Winfrey, spiegò di non aver sofferto di un disturbo dissociativo dell’identità, ma di un disturbo dissociativo caratterizzato da amnesie e perdita di consapevolezza di parte dei propri comportamenti. Per la psicologia il caso rappresenta ancora oggi uno degli esempi più insoliti di autovittimizzazione legata a un trauma. Per le forze dell’ordine, invece, è diventato un promemoria dell’importanza di verificare ogni ipotesi investigativa, anche quelle che inizialmente sembrano improbabili.

Fonti e letture

Altri articoli: Casi e cronaca ↗Segnala una correzione